sabato 20 giugno 2015

SCANDALOSI LEGAMI - DODICESIMA PUNTATA

Andrea rabbrividì di piacere. Diana lo stava facendo impazzire, strofinando le mutandine bagnate contro il suo sesso. Era quasi una tortura. A un tratto gli slacciò la cintura, guadagnandosi l’accesso alla zip. Lui si irrigidì. Era talmente teso che non riusciva neppure a respirare. Sussultò quando lei gli afferrò il pene fra le esili dita, cominciando ad accarezzarlo in tutta la sua lunghezza, dalla base alla punta congestionata.
     Si lasciò sfuggire un sospiro. Lei lo stava toccando in modo lieve, stringendolo delicatamente e Andrea era sul punto di perdere il controllo. – Cristo, Diana…
     – Shh… lasciami fare, ti prego.
     Sentiva il sudore imperlargli la fronte e strinse i denti. Poi le afferrò le cosce, insinuando le dita sotto la gonna, alla ricerca delle mutandine. Voleva, no… doveva assolutamente sentirla. Sfiorare la carne calda e umida che aveva fra le gambe. Era una necessità, come respirare. Finalmente trovò l’elastico degli slip e lo tirò, strappandolo. – Adoro il tuo sesso bagnato – disse in un rantolo, strofinando il pollice contro la sua fessura. – Vorrei avere il tempo necessario per aprirti e leccarti, fino a farti urlare di piacere.
     Diana gemette contro il suo orecchio. – Oh, cielo! Andrea, ti prego… non posso più aspettare.
     Spinse il pollice dentro di lei, eccitandola. Desiderava farle perdere la ragione, allo stesso modo in cui lei la stava facendo perdere a lui.
     – Hai dei preservativi? – La voce roca di Diana lo riportò alla realtà.
     – Cazzo, sì.
     Frugò freneticamente nella tasca dei calzoni, tirando fuori una confezione di plastica che strappò coi denti. – Non esco mai senza.
     Lei fece un sorrisino malizioso. – Già, immagino.
     Andrea si infilò la protezione, senza staccare gli occhi dai suoi. Non c’era niente di più erotico dello sguardo fisso sulla propria donna, nell’istante prima del possesso. Anche Diana non gli toglieva gli occhi di dosso, pareva ammirare il suo uccello duro e gonfio, pregustando il momento in cui l’avrebbe avuto dentro di sé. Be’, non l’avrebbe fatta aspettare a lungo.
         All’improvviso l’afferrò per i fianchi e la penetrò, sentendosi avvolgere dalla sua guaina stretta e bollente. Quello era il Paradiso, non aveva dubbi. Ansimò forte mentre Diana cominciava a muoversi, sollevandosi sulle ginocchia e riaffondando dentro di lui. Aveva il volto arrossato dal piacere, la testa reclinata di lato e lunghi riccioli bruni che le erano sfuggiti all’acconciatura e ora le ricadevano sulle spalle. Non era mai stata più bella.
     Mentre continuava a cavalcarlo con una forza disperata, Andrea le infilò le mani sotto alla maglia, slacciandole il reggiseno e accarezzandole i seni. Le punte dei capezzoli si ersero come sassolini e lui le stuzzicò coi pollici, strappando a Diana altri gemiti e sospiri.
     Chiuse gli occhi, lasciandosi cullare da quelle meravigliose sensazioni. Sentiva di essere sul punto di perdere l’equilibrio costruito durante tutti quegli anni. Era come se Diana avesse toccato un nervo scoperto e ora si ritrovasse lì, vulnerabile e inerme, di fronte a quella donna che gli stava facendo provare tutto quel piacere, senza chiedere niente in cambio. Non era abituato a rapporti di quel genere. Le sue amanti erano solite farsi ricompensare con regali costosi: viaggi, gioielli e abiti di lusso. Diana non gli aveva chiesto nulla, eppure gli si stava donando con una foga e un trasporto inusuali, lasciandolo annichilito e senza fiato.
     – Dio, sei così stretta… – mormorò, ansimando in preda a una dolce agonia. A sua volta, lei fece un sospiro, lasciandosi penetrare ancora più in profondità. Aveva lo sguardo offuscato dal piacere e Andrea non si sarebbe mai stancato di guardarla. Si rese conto di essere sul punto di venire, quando lei fu scossa da un tremito. Era così bagnata e scivolosa che il suo uccello entrava e usciva da lei con agilità. I muscoli interni della sua fica si contrassero, risucchiandolo dentro, e a quel punto Andrea esplose. Si aggrappò a lei, in un grido muto; il petto che si alzava e abbassava in respiri frenetici. Il sudore gli imperlava il labbro superiore quando infine si abbandonò, completamente distrutto, contro Diana.
     Si sentiva svuotato. E non era mai stato meglio in vita sua.




* * *

Andrea parcheggiò l’auto e percorse il vialetto d’accesso al complesso residenziale, situato sulle alture di Cavoretto. Si infilò nell’ascensore e premette il pulsante, la mente assorta nelle proprie riflessioni. Scostò il polsino della giacca sgualcita e guardò il Rolex d’oro che portava al polso. Forse aveva un po’ di tempo per farsi una doccia, prima di cena.
     L’idea di lavarsi via l’odore di Diana che gli si era appiccicato addosso non gli piacque neanche un po’. In genere non vedeva l’ora di liberarsi dell’amante di turno e non aveva mai avuto pensieri di quel genere. Ma quella volta era diverso.
     L’ascensore si fermò all’ultimo piano con uno scossone e Andrea scese, infilando una mano nella tasca dei calzoni, alla ricerca delle chiavi. Aprì la porta e tutti i suoi progetti di una serata all’insegna del relax si infransero non appena il suo sguardo cadde su Viola, seduta sul divano del soggiorno. Indossava una gonna inguinale e una maglia talmente scollata che le si vedeva l’ombelico. Per non parlare della faccia imbellettata come quella di un pagliaccio.
     Si arrestò di colpo. – Come cazzo ti sei combinata?
     Di solito evitava le imprecazioni di fronte a sua figlia, ma stavolta non era proprio riuscito a frenarsi in tempo. Le lanciò un’occhiata incendiaria mentre le si avvicinava, cauto. Viola roteò gli occhi e sbuffò, in quella maniera irritante, tipica degli adolescenti.
     – Mi sono messa la gonna. Cosa diavolo c’è di male?
     Andrea si trattenne dal prenderla a schiaffi. Detestava quando Viola gli mancava di rispetto. Inarcò un sopracciglio. – Ti sei messa la gonna? Ah, allora indossi qualcosa, perché così, a prima vista, sembri completamente nuda.
     Lei scattò in piedi, lo sguardo bellicoso. – Che esagerato! E poi da che pulpito viene la predica. Le tipe con cui sei solito uscire tu sono decisamente più scosciate di me.
     Andrea si morse la lingua. Piccola insolente! – Le tipe con cui sono solito uscire io non sono affar tuo. E per inciso, si tratta di donne adulte, non di ragazzine.
     Viola alzò il mento, gli occhi che si stringevano fino a diventare due fessure. – Io non sono una ragazzina. Ho diciotto anni, nel caso tu l’abbia scordato. Sono maggiorenne e pertanto posso vestirmi come più mi piace.
     – Stammi bene a sentire, ragazzina: non usare questo tono con me. Sono tuo padre e mi devi rispetto.
     – E allora tu smetti di trattarmi come una poppante.
     Viola lo fissò, una rabbia accecante negli occhi chiari. Ma prima che potesse risponderle a tono, si lanciò lungo il corridoio, singhiozzando. Andrea sentì sbattere la porta della sua stanza e trattenne un’imprecazione.
     Perché diamine era così difficile fare il padre? Avrebbe avuto bisogno di un manuale d’istruzioni, da tirare fuori in situazioni come quella. Percorse l’intero soggiorno a grandi falcate e afferrò il cordless situato su un mobile in mogano. Compose il numero velocemente, lasciando trasparire tutta la sua frustrazione. Diana rispose dopo un po’, il tono di voce spazientito. – Pronto? Chi parla?
     Andrea trattenne un sorriso. Ancora non aveva memorizzato il suo numero?
     – Sono io, Andrea. Ti disturbo?
     Dall’altra parte sentì un sospiro. – Andrea, te lo chiedo per favore: lasciami in pace!
     Per essere la stessa donna che aveva avuto un orgasmo multiplo nella sua auto, solo poche ore prima, la sua risposta gli parve un po’ fredda. E fredda era un eufemismo.
     – Ho bisogno del tuo aiuto. Si tratta di Viola.
     – La devi smettere di usare Viola come scusa per infilarti nel mio letto.
     Alla faccia della sincerità! Andrea si grattò la punta del naso. – Tecnicamente non eravamo in un letto e mi sembra che tu ne abbia goduto tanto quanto me. O sbaglio?
     – Andrea, non è questo il punto. Sono stata benissimo con te, è vero. Ma questa storia deve finire. Adesso.
     Avrebbe voluto prendere a calci il muro. O mettere le mani addosso a qualcuno. Invece, si limitò a inspirare ed espirare, piano. – D’accordo. Non ho intenzione di litigare con te, ora. Ma, ti prego… dammi una mano con Viola perché sto impazzendo.
     – Che è successo?
     In quello stesso istante Andrea sentì i passi di sua figlia nel corridoio, poi la porta di casa venne aperta e richiusa con un tonfo sordo. Viola era uscita senza neppure salutarlo. Di bene in meglio. Si rimangiò l’ennesima imprecazione e rispose: – Vieni da me e te lo spiego.



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1 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Accidenti che capitolo !!!!!!!!
Molto molto bollente, comunque Diana mi piace tantissimo perchè sembra una timidina ma si rivela una donna tosta. Brava Laura non vedo l'ora che arrivi sabato per leggere il seguito.

20 giugno 2015 20:39  

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